Mayra Andrade

Lovely Difficult

12 maggio 2017 22:00

Stazione Leopolda di Firenze | IT


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10€

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Mayra Andrade – voce
Dany Lavital – tastiere
Thomas Naïm – chitarra
Régis Thérèse – basso
Rémi Sanna – batteria

 

A partire dalle radici, ma superandole e declinandole al futuro, la capoverdiana Mayra Andrade porta a Fabbrica Europa la solarità e il suo straordinario talento vocale che molti hanno paragonato a quello della sua conterranea Cesária Evora.

Mayra rivisita la tradizione e, facendo tesoro delle influenze di tutti i paesi che ha attraversato fin dall’infanzia, dalla Francia al Portogallo, si arricchisce di numerosi incontri artistici per aprire la sua musica a tutte le culture e a tutti gli stili, creando un sapiente amalgama di ritmi e melodie.

 

Mayra Andrade (Capo Verde, 1985) scopre da ragazzina di avere una voce fuori dal comune, quando vince una gara canora ai Giochi della Francofonia di Ottawa. Da allora canta in una variante della lingua creola nazionale, impasto di portoghese con le lingue degli schiavi deportati. Quando le fanno la domanda di rito sul suo essere la “nuova Cesária Evora”, tradisce un ovvio imbarazzo. Perché sta a Cesária come Eric Clapton ai vecchi bluesmen americani: senza di lei non esisterebbe, ma è pur sempre qualcosa di molto diverso. Anche Mayra rivisita continuamente la tradizione locale, interpretando lente mornas e funaná ballabili.
Sue sono le versioni più memorabili delle canzoni di Orlando Pantera come “Dispidida”, sorta di congedo cerimonioso di chi quasi avverte che sta per andarsene. Mayra la inserì nel suo primo album, il più artigianale, l’affascinante Navega (2006); poi navigò verso altri lidi, trasformando il proprio tragitto in un autentico itinerario nella lusofonia, soprattutto a partire dalla collaborazione con il braccio destro di Caetano Veloso, il violoncellista Jaques Morelenbaun, nell’album del 2009 “Storia Storia”.
Il suo ultimo lavoro, “Lovely Difficult”, è il più cosmopolita. Uno dei temi in inglese, “We used to call it love”, strizza l’occhio al pubblico del pop più generalista, ma si appoggia sul sapiente amalgama dei ritmi di sempre; i temi in creolo si rituffano nel romanzo familiare capoverdiano, mentre “Les mots d’amour”, oltre quel titolo à la Edith Piaf, vanta versi e melodia che su un tappeto di sincopi reggae sembrano quasi voler riscrivere una pagina della canzone francese classica, già altrove rivoltata amorosamente come un guanto.

 

in collaborazione con Florence Queer Festival

 

 

[foto: Youri Lenquette]

 

 

 

 

 

 

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